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Archeologia
Grotta Corbeddu
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Grotta Corbeddu   
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La grotta Corbeddu situata all'interno della valle di Lanaittu, venne riportata alla luce grazie al ritrovamento nel 1967, di ossa di "Prolagus sardus", un roditore della taglia d'un coniglio, a cura di Bruno Piredda.
Nel 1968 la scoperta giunse al tavolo del "Cornegie Museum" di Pittsburg, presieduto dalla paleontologa statunitense Mary Dawson, suscitando tanto interessa da intrapredndere nel 1982 una campagna di scavi scientifici, proprio in alcuni ambienti della cavità naturale, sotto la direzione di P.Y. Sondaar in collaborazione con la Soprintendenza alle Antichità di Sassari e di Nuoro, nelle vesti dell'archeologo Mario Sanges.
Le ricerche archeologiche portate a termine nel 1986, consentirono agli studiosi di ricostruire, seppure parzialmente, l'avvicendarsi degli insediamenti umani nell’area sarda riconducibile al periodo compreso tra il Paleolitico Superiore ed il Neolitico Antico.
In particolare sono stati riportati alla luce numerosi materiali fittili e lirici, ben quarantadue Domus de Janas, sviluppate su un impianto planimetrico monocellulare o bicellulare, in entrambi i casi preceduto un dromos di piccole dimensioni, seguito dai vani funerari dove si possono ammirare portelli architravati, coppelle, alcove funerarie, fossette pavimentali, soffitti a spiovente e doppio spiovente con false travi, canalette di scolo, e rincassi.
Alla Cultura Monte Claro si fa risalire un villaggio situato sull'altopiano di Biriai, le cui capanne presentano un impianto rettangolare con abside.
Peculiare è anche l’area sacra in località Frattale, comprendente un santuario e tutt’intorno ben dodici menhir, nonché i trentatré nuraghi rinvenuti nei pressi della fonderia di Carros, con struttura prevalentemente del tipo monotorre con copertura a “tholos”, e qualche esemplare di nuraghe di tipo misto.
La grotta succitata raggiungibile attraverso un sentiero che diparte dall'ingresso della grotta "Sa Oche" è così chiamata in onore del bandito Giovanni Corbeddu, vissuto nella metà dell'Ottocento, che la scelse come rifugio.
Sviluppata nel senso orizzontale, la cavità risulta divisa in tre aree concludenti in un ambiente di piccole dimensioni, di cui la seconda ha conservato sino ai giorni nostri un osso temporale ed uno mascellare appartenenti ad uno stesso individuo, databili, a 13.500 anni dal presente.
Qui è stato riportato alla luce anche un resto fossile umano, consistente nella porzione della prima falange di una mano, collocabile cronologicamente in un periodo indietro 20.000 anni dal presente.
A questi reperti si aggiungono anche fossili appartenenti a specie endemiche di fauna selvatica, come il cervide "Megaceros cazioti" e il roditore "Prolagus sardus", ormai estinti, vissuti nel Paleolitico superiore, nonché frustoli di carbone misti ad ossa di animali selvatici, con tracce di fuoco, databili a circa 25.700 anni da oggi.
peculiari sono anche i materiali in osso e litica, che riproducono raschiatoi, lame, bulini, collocabili tra i 14.500 e i 12.000 anni dal presente.

 
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