ByItaly
  Italiano   
Ischia
Firenze
Tremiti
Caserta
Venezia

Anfiteatro Romano di Cagliari

L’anfiteatro romano di Cagliari situato in una valle alle pendici meridionali del colle di Buon Cammino, scavata da un antico torrente, fu costruita tra il I secolo a.C. e I secolo d.C., sfruttando il banco roccioso per la realizzazione delle gradinate, dell'arena, dei corridoi, nonché di altri ambienti di servizio a questi collegati.
Al contrario, la monumentale facciata rivolta a sud, e il settore diametralmente opposto, a cavallo di una stretta gola rocciosa, furono edificate grazie all’impiego di blocchi calcarei estratti nelle grandi latomiae (cave sotterranee) aperte nelle immediate vicinanze dell’opera monumentale.
Per quanto riguarda i sostegni interni delle gradinate, i costruttori ricorsero all’uso dell'opus coementicium rivestito di mattoni, come testimoniato dai resti riportati alla luce durante gli scavi.
Sotto il figlio adottivo e successore di Cesare, Ottaviano Augusto, la città conobbe infatti un rinnovato sviluppo economico e quindi anche edilizio, con la fondazione di altri quartieri e la costruzione di nuovi importanti edifici pubblici, tra i quali, probabilmente, anche l'anfiteatro.
Realizzato probabilmente durante il regno di Ottaviano Augusto, dell’anfiteatro se ne inizia a parlare nel 1635 nelle opere degli scrittori cagliaritani, in particolare Dionisio Bonfant, primo declamatore della presenza di ruderi di edifici e di gradini di questa struttura colossale, e Salvador Vidal, che nel 1645 conosceva il monumento con il nome sardo di Centu Scalas che significa cento scale.
La prima descrizione dell’antico edificio romano perviene nel 1835 per bocca di Vittorio Angius, anche se bisognerà aspettare Voyage en Sardaigne per avere una prima illustrazione della pianta, delle sezioni, nonché una veduta parziale delle gradinate.
Non mancò naturalmente tra il 1845 e il 1865, la diffusione di una moltitudine di falsi documenti circa la descrizione dell’anfiteatro che a quel tempo era per buona parte interrato.
I primi interventi di recupero dell’area archeologica furono eseguiti tra il 1866 e il 1867 per volere del Comune di Cagliari, e ad opera del canonico Giovanni Spano, dell'archeologo Vincenzo Crespi, e dell'architetto Gaetano Cima.
Negli anni Trenta seguirono i lavori di restauro su commissione del Soprintendente Doro Levi, in occasione dei quali si procedette alla realizzazione di passerelle in cemento armato e parapetti in ferro.
Ai primi anni Ottanta, mentre, risale la realizzazione delle gradinate lignee grazie alle quali l'anfiteatro si può considerare agibile per la messa in scena di spettacoli durante la stagione estiva.
L’opera monumentale accolse originariamente grandi cacce ad animali esotici, pubbliche esecuzioni di sentenze capitali e drammatici duelli all'ultimo sangue tra gladiatori, alle quali prendevano parte ben oltre 10.000 spettatori.
La cavea di forma ellissoidale era suddivisa tra gli spettatori secondo un criterio classista, vale a dire che il ripiano del podium rivolto sull'arena, era riservato ai cittadini più illustri noti come senatores, mentre i gradini di ima, media e summa cavea accoglievano le diverse classi di uomini liberi e le donne.
Al di sotto delle gradinate si aprivano per tutto il perimetro della cavea, vari corridoi detti ambulacra, accessibili mediante entrate denominate vomitoria aperte lungo i corridoi posti alla base di ciascun ordine di posti.
Da ogni corridoi dipartivano delle scalette delimitate da transenne utili agli spettatori per raggiungere con facilità il posto assegnatogli.
L’arena di forma ellittica realizzata accostando frontalmente gli emicicli in legno di due gradinate teatrali greche, era delimitata dal muro del podium e da un'alta transenna detta balteum.
Sotto il podium si sviluppa un corridoio di servizio denominato crypta, accessibile dall'arena attraverso dodici varchi, otto dei quali posti in corrispondenza di altrettante nicchie di forma quadrata dotate di abbeveratoio, dove venivano incassate le gabbie degli animali, protagonisti degli spettacoli.
In corrispondenza dell’asse maggiore dell’anfiteatro si estendeva un lunga parete dove si aprivano circa cinque celle, destinate anch’esse ad ospitare gli animali che di lì a poco avrebbero fatto irruzione nell'arena.
Sul lato occidentale delle cryptae, si apre un ambiente rettangolare conosciuto come la cella libitinaria, dal nome della dea romana della morte, Libitina, con doppio accesso, dotato di un largo bancale, anticamente utile per il deposito temporaneo dei caduti nell'arena.
Sul lato opposto, mentre, un secondo ambiente coperto da volta a botte e raggiungibile attraverso quattro gradini, si pensa assolvesse la funzione di carcere per i condannati a morte nel corso dei giochi, come testimonia la presenza di maniglioni scavati nella roccia, e vari pozzetti-latrina scavati al centro del pavimento.
Di particolare interesse anche un altare murato lungo un'ampia rientranza delle cryptae, ricavato nella roccia, e identificato come un sacello dedicato ad una delle divinità venerate negli anfiteatri romani.
Dalle cryptae dipartivano due rampe di scale scavate nella roccia che conducevano nei sotterranei dell’arena, dove si aprivano tre ambienti paralleli occupati dai macchinari necessari al cambio di scenografia durante gli spettacoli.
Si possono tutt’ora ammirare i resti delle carrucole, gli incassi di fissaggio a parete delle guide, e due basamenti in pietra calcarea, con al centro un foro quadrato in cui si inseriva l'asse portante della macchina, azionata per mezzo di leve orizzontali disposte a raggiera, e collegata alla pedana mobile con funi.
Nessun problema nasceva per la grande quantità d'acqua piovana raccolta sulle gradinate, che grazie alla forma leggermente convessa della cavea veniva incanalata all’interno di canalette e convogliata verso un pozzetto chiamato limarmi, a sua volta collegato ad una conduttura idrica scavata nella roccia.
Il tratto più antico di questo canale sbocca in una cisterna dell’attiguo Orto dei Cappuccini, un altro, mentre, raggiunge le cisterne a bottiglia dell'Orto botanico.
Durante il periodo imperiale la metà dell'anno era dedicata ai ludi, cioè agli spettacoli teatrali, che si svolgevano a cominciare dalle prime luci dell'alba.
Le prime rappresentazioni sceniche consistevano in scontri tra uomini e animali o tra animali e altri animali, che nella maggior parte dei casi erano finalizzati alla riproduzioni delle grandi cacce in ambiente naturale.
Durante l'ora del pranzo e nel primo pomeriggio l'arena era invece riservata all'esecuzione pubblica di pene capitali, in occasione delle quali si assisteva a torture e supplizi.
Nonostante gli spettacoli fossero disumani, durarono inalterati ancora per lunghi secoli, fino alla diffusione del cristianesimo, e in particolare fino al 325 anno dell’emanazione di un decreto costantiniano con il quale si sopprimeva la gladiatura.
Per la totale scomparsa delle lotte tra gladiatori si dovette attendere il 438, quando Valentiniano III riuscì a vietarle.
Al 1997 risale il ritrovamento nei pressi dell’Orto dei Cappuccini, di alcuni reperti ceramici frammentari, che testimoniano la presenza di un primo insediamento fino al VI secolo d.C. .
Agli inizi dell'VIII secolo d.C., le continue scorrerie dei pirati costrinsero gli abitanti dell’antica città cagliaritana ad abbandonare il territorio e a trasferirsi sulle rive orientali della laguna di Santa Gilla, dove fondarono l’insediamento fortificato di Santa Igia.
Nel XIII secolo, il ritorno nell’antico abitato costrinse i pisani, i catalano-aragonesi e gli spagnoli a al saccheggiare l'anfiteatro, per recuperare materiale utile alla costruzione delle nuove fortificazioni.
Peculiare anche il ritrovamento nei dintorni dell’anfiteatro di due tesserae in osso, corrispondenti ai moderni biglietti di ingresso agli spettacoli, di cui uno reca la scritta Arpax e la data XVIII, mentre l’altro è inciso con la critta Lupa, e la cifra VIIII.
Dagli scavi archeologici risulta che la decorazione del monumento consistesse in una serie di semicolonne, addossate alla facciata, e nell'effetto chiaroscurale sui tratti murari prodotto dall’accostamento dei conci calcarei bugnati.
L’interno della cavea era diviso in due parti da una recinzione, utile per separare gli uomini dalle donne, coronata da un cornicione, probabilmente decorato da statue in marmo.
Numerose anche le lastrine marmoree, riportate alla luce nel corso degli scavi ottocenteschi, che quasi certamente decoravano le prime gradinate, riservate agli spettatori di riguardo; da ammirare anche i resti delle decorazioni a rilievo in stucco dipinto, che impreziosivano gli ambienti di servizio attorno all'arena.