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Necropoli di Tuvixeddu

La necropoli di Tuvixeddu (tradotto in italiano “colle dei piccoli fori”) collocata lungo le pareti calcaree dell’omonimo colle di Cagliari, raggiungibile da via Falzarego e dalla scalinata di Sant'Avendrace, è la più grande area tombale
esistente nel bacino del Mediterraneo, collocabile tra il VI secolo a.C. e il I secolo d.C. .
Le numerose tombe fenicie e romane diverse tra loro per tipologia, si va dalle tombe a fossa, a quella ad anfora, e dalle celle semplici, a quelle con camera ipogeica, furono riportate alla luce
a partire dal 1855, ad opera del canonico Giovanni Spano, cui subentrò Taramelli, l' allora Soprintendente alle arti e antichità della Sardegna, e Crespi, e fino al 1997 coordinati dalla Dott.ssa Salvi.
Scavi più recenti (1973-1981) hanno rispolverato nuove sepolture di tipologia a pozzo con cella, caratteristiche per la presenza di affreschi alle pareti, si pensi alla Tomba dell'Ureo, così chiamata dal nome del fregio dipinto raffigurante un serpente con disco alato, o addirittura alla Tomba del Sid, impreziosito dalla rappresentazione di un giovane dio Carteginese, con elmo e lancia, quasi sicuramente realizzati come forma di protezione dei defunti da profanazioni o presenze malefiche.
All’interno di altre tombe, mentre, è di frequente scolpito nella roccia il simbolo della dea Tanith, una delle principali divinità venerate in epoca punica.
La tipologia sepolcrale maggiormente documentata è quella a pozzo con camera ipogeica, raggiungibile scendendo attraverso un pozzo verticale, profondo dai 10 ai 12 metri, al termine del quale si apriva una porta rettangolare chiusa da una grande pietra squadrata che immetteva nella camera funeraria anch’essa di forma rettangolare lungo le cui pareti si aprono le fosse a forma di loculo dove era custodita la salma del defunto.
Un altro prototipo di tomba, mentre, presenta un vestibolo realizzato direttamente sulla parete rocciosa verticale, che precede la cella sepolcrale.
Le tombe dei defunti erano corredate da numerosi suppellettili, tra cui anfore, bicchieri, coppette, ampolle, boccette per profumi, lucerne, rasoi, armi, monete, pendenti in oro e in argento, collane, amuleti, scarabei, statuine, esposte in parte nelle sale del Museo Archeologico di Cagliari, e in parte nel British Museum di Londra.
La scelleratezza dell’uomo non è solo prerogativa dei tempi moderni, ma anche peculiarità tipica degli antichi, in particolare del popolo romano, che non curante del patrimonio artistico che contraddistingueva il territorio, nel 140 d.C. procedettero alla realizzazione di un tratto di acquedotto abbastanza lungo, tutt’ora visibile nell’area archeologica, che attraversò molte sepolture fenicio-puniche.
A ciò si aggiungono le depredazioni dei ricercatori, e le attività di estrazione calcarea della vicina Cementeria di Santa Gilla, e della Calceidrata di via Is Maglias, oltre ai lavori di scavo eseguiti dai cantieri locali alle dipendenze della "Italcementi", nota per aver realizzato un profondo canyon che da via Falzarego giunge fino alla via Is Maglias.
Tra i comportamenti negativi ma non certamente malvagi che hanno portato alla rovina dell’area, annoveriamo le trasformazioni in rifugi ed abitazioni, da parte degli abitanti che sfuggivano ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, o da coloro che dopo il conflitto persero la loro casa.
Da non perdere la visita alla Grotta della Vipera, uno dei sepolcri più affascinanti della necropoli di Tuvixeddu, realizzata tra il I e il II secolo d.C. dal romano Lucio Cassio Filippo in onore di sua moglie, la matrona Attilia Pompilla, che donò la sua vita agli dei pur di salvare quella di suo marito malato di malaria.
La leggenda racconta della magica guarigione del marito, grazie alle moltissime preghiere rivolte dall’addolorata donna alle potenti divinità.
La grotta presenta internamente delle decorazioni che raffigurano due serpenti, simbolo della vita eterna e della fedeltà, da cui deriva il nome cripta serpetum, tradotta in italiano grotta della vipera.
La sua scoperta si deve ad Alberto Della Marmora, che durante i lavori di costruzione della Strada Reale Cagliari-Porto Torres nel 1922, ne impedì la distruzione, e ne ordinò i lavori di restauro.