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Teatro Greco di Siracusa

Il teatro greco di Siracusa situato lungo le pendici del colle Temenite risale alla prima fase nel V secolo a.C. come attesta in un suo scritto il mimografo Sofrone, al quale si deve la citazione del nome dell’architetto, Damocopos, conosciuto con il nome di Myrilla, per aver fatto spargere i myroi, vale a dire gli unguenti, all'atto dell'inaugurazione della struttura.
Ricostruito ed ampliamento tra il 238 e il 215 a.C., su commissione di Ierone II, il monumento deve la sua fama e grandezza all’intensa attività teatrale degli illustri commediografi che si successero nei secoli, da Epicarmo ed Eschilo, ai contemporanei Formide e Deinoloco.
Dell’originario impianto architettonico si conserva solamente il settore scavato nella roccia, mentre del tutto scomparsa è la parte alta della cavea, così pure l'edificio scenico, i cui materiali costruttivi furono impiegati da Carlo V nella realizzazione delle grandi fortificazioni di Ortigia.
Costruito sfruttando la naturale conformazione del colle Temenite, il tempio si componeva di una cavea contraddistinta da sessantasette ordini di gradini divisi per mezzo di scalinate in nove settori detti “cunei”, e l’orchestra originariamente delimitata da un canale scoperto, oltre il quale prendeva posto il pubblico, attraversata sotto le fondamenta da un passaggio sotterraneo accessibile con una scaletta dal palcoscenico e terminante in un vano, probabilmente utilizzato per le improvvise scomparse o apparizioni degli attori.
Alla decorazione della scena si presume appartenesse la statua di una cariatide, ora conservata presso il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi.
Sovrasta la cavea, una terrazza come sempre scavata nella roccia, raggiungibile da una gradinata centrale e da una strada incassata, denominata “via dei Sepolcri", anticamente occupata da un portico ad “L”, di cui si conserva solo una banchina tagliata nella roccia,e tracce della pavimentazione in cocciopesto.
Nel nucleo centrale della parete di fondo della terrazza si apriva una grotta-ninfeo con copertura a volta scavata nella roccia, affiancata da nicchie anticamente probabilmente occupate da statue, al cui interno era collocata una vasca rivestita in cocciopesto, dove sgorgava l’acqua dell’antico acquedotto greco usata per il sistema idraulico del teatro.
Al di sopra della grotta, si possono ammirare i resti di un fregio dorico, e i resti di una balaustra, appartenente a una terrazza superiore, che si affacciava verso il teatro.
Il ritrovamento nell’area del ninfeo di due iscrizioni ellenistiche onorarie realizzate dal collegio degli attori dionisiaci, e di una serie di coppette da libazione con inciso il nome di Ierone, oltre a tre statuette di Muse in marmo,custodite nel Museo di Siracusa, fa pensare che il complesso sovrastante il teatro non fosse altro che il Museo, sede ufficiale della corporazione degli attori.
Importanti trasformazioni strutturali furono attuate nella prima età augustea, basti pensare alla modificazione dell’impianto della cavea dall’impostazione tipicamente greca a ferro di cavallo alla forma semicircolare, tipica dei teatri romani, e alla costruzione di corridoi che consentivano l'accesso alla scena (parodoi) contraddistinta da una nicchia centrale e due nicchie laterali a pianta semicircolare, dove si aprivano le porte sceniche; a ciò si aggiungono i lavori di realizzazione di una fossa per il sipario dotata anche di una camera di manovra.
Al periodo tardo-imperiale si procedette nuovamente alla trasformazione dell’impianto teatrale per consentire lo svolgimento dei giochi d'acqua noti anticamente con il nome di colymbetra.
Risale a questa fase di lavori la costruzione all’interno dell’orchestra di una fossa trapezoidale, e conseguentemente l’indietreggiamento della scena.
Gli studi archeologici escludono un possibile utilizzo del teatro per l’esecuzione dei combattimenti di gladiatori o spettacoli con belve.
Dopo un lungo stato di abbandono, al quale seguì un periodo di spoliazione su commissione di Carlo V, il marchese di Sortino, Pietro Gaetani, intorno alla seconda metà del Cinquecento ristabilì l’antico acquedotto, facilitando la costruzione di diversi mulini installati sulla cavea”.
Seguì sul finire del Settecento la riapertura del monumento alle rappresentazioni teatrali grazie all’intervento di Arezzo, Fazello, Mirabella, Bonanni, d’Orville, von Riedesel, e molti altri.
Il recupero vero e proprio del teatro avvenne in occasione delle campagne di scavo condotte da Landolina, Cavallari, P. Orsi, Voza ed altri archeologi.
Per accedere al monumento occorre imboccare la via dei Sepolcri, le cui pareti sono costellate da incavi per quadretti votivi risalenti al periodo ellenistico, ipogei del periodo bizantino, e un rilievo rupestre raffigurante la rappresentazione dei Dioscuri a cavallo e di Trittolemo sul carro tratto da serpenti alati.
Dal 1914 annualmente, il teatro ospita meravigliose rappresentazioni di opere greche promosse dal'istituto nazionale del Dramma Antico nato dall’idea di riscoprire le lezioni del teatro antico, facendo rivivere nel nostro tempo il valore universale dei testi classici.